APPROCCIO RELAZIONALE NELLA FAMIGLI A MULTIDISCIPLINARE

Negli ultimi anni si sente spesso dire che l’approccio relazionale o cognitivo-relazionale è “più difficile”, “più impegnativo”, “richiede di essere pronti emotivamente e culturalmente”.

In parte comprendo cosa si vuole dire.

Guardare la relazione è spesso più complesso che applicare una procedura.

Ma c’è un punto che secondo me vale la pena dirci e bisogna farlo con estrema onestà.

Dire che è “più difficile” rischia di trasformarsi in un altro messaggio: che controllare sia più facile, e quindi più superficiale (ma anche più efficace e meno difficoltoso).

Che servano quasi doti speciali, una sorta di maturità superiore, per poter lavorare in modo relazionale.

E lì, senza volerlo, nasce un confine.

𝙐𝙣 “𝙣𝙤𝙞” 𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙥𝙧𝙤𝙣𝙩𝙞.

𝙀 𝙪𝙣 “𝙫𝙤𝙞” 𝙘𝙝𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙡𝙤 𝙨𝙞𝙚𝙩𝙚.

Ma la relazione non è un livello spirituale da raggiungere.

È il modo in cui funzionano i sistemi viventi. Punto.

Non è per pochi. O riservata agli eletti che hanno strumenti per leggerla, comprenderla e interpretarla.

Gli strumenti non sono una questione morale.

Sono una questione di formazione, esperienza, supervisione, studio.

Se per lavorare in modo relazionale “ci metto di più”, non è perché l’approccio è più puro o più alto.

È perché sto ancora costruendo  le mie competenze.

E questo vale per tutti gli approcci.

𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙧𝙫𝙤𝙣𝙤 𝙨𝙖𝙣𝙩𝙞.

𝙉𝙤𝙣 𝙨𝙚𝙧𝙫𝙚 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 “𝙚𝙫𝙤𝙡𝙪𝙩𝙞”.

𝙎𝙚𝙧𝙫𝙚 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙧𝙤𝙛𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙘𝙝𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙞𝙣𝙪𝙖𝙣𝙤 𝙖 𝙞𝙢𝙥𝙖𝙧𝙖𝙧𝙚.

Quando iniziamo a raccontare un modo di lavorare come qualcosa per pochi eletti, rischiamo di fare l’opposto di ciò che diciamo di voler promuovere: integrazione, comprensione, relazione.

𝙇𝙖 𝙘𝙪𝙡𝙩𝙪𝙧𝙖 𝙘𝙞𝙣𝙤𝙛𝙞𝙡𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙘𝙧𝙚𝙨𝙘𝙚 𝙘𝙧𝙚𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙙𝙞𝙨𝙩𝙖𝙣𝙯𝙚.

Cresce quando chi lavora in modo diverso riesce a parlarsi senza sentirsi messo in una gerarchia.

E forse anche questo è vero lavoro relazionale da fare, ben prima di disturbare il cane.

Attilio Miconi